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lunedì 6 marzo 2017

Recensione di Maria Grazia Maiorino a "PoesiEnricaLoggi"


"Le scarpe bianche dei poeti". 

Conservo, all’inizio di un mio taccuino, la poesia ricopiata a mano che comincia così: “ I poeti sono soli, /col loro inverno / le scarpe bianche per uscire la domenica / le ali stropicciate …” 
Mi piace ricordarla tra quelle ricevute in anteprima dalla voce di Enrica al telefono o, in altri tempi, per lettera. In confidenza e corrispondenza d’amore per la poesia, sussurrato nelle dediche e vissuto da vicino e da lontano, fedele anche nei silenzi. 

E questo mi dà gioia ora sfogliando il quaderno n. 1 di UT nella veste damascata della sua bella copertina, bianca e nera come le rondini, come i poeti che sono i loro compagni migranti. Sì, fui colpita in quella poesia dal dettaglio di un candore-ricordo delle nostre infanzie, che balena anche qui, fin dall’ esergo di Holderlin, i cui versi additano lo spirito dei cercatori di consistenza e memoria, sempre in bilico “di terra in terra cercando un’estate lontana”.
Rientro nel mondo di UT attraverso il canto libero di Enrica, unendo anello ad anello, facendone ghirlanda e corona, immagini anche a lei care, parole femminili dalle molte suggestioni, figure di armonia e unione – rose e spine, vita e morte, opposti raccolti nel grembo di un tutto. 

E’ bello che il florilegio si apra con una poesia sulla madre, ricordata pensando al tema L’oblio: i contorni subito si sfaldano vestendo i colori delle alghe e le iridescenze dell’acqua, trasmutandosi nell’immaginario di una figlia che poeticamente abita il mondo, e si rivolge a lei come al suo  “pruno argenteo, / figura senza il tempo”… una forma di giorni, di brine / che tu disfi / perdendo / la memoria / nella stagione / del mio respiro”.
L’alfabeto della poesia è questa continua traduzione del vissuto, questa ricerca di una coincidenza di suono e senso per dire l’enigma di una voce che parla dalle profondità dell’animo umano, dove riposano le grandi universali figure degli archetipi e dei simboli. Dove gli opposti non si elidono ma si completano, dove le soglie sono orli di svelamenti e lo scorrere del tempo è vitale e infinita scoperta. Il microcosmo di un borgo “piccolo come una mano, / grande come un cappello parasole” rispecchia un intero mondo in cui le parole sono palme, sono nuvole e onde, scie e sassi, sabbia e silenzio. 
Tutti gli esseri appaiono sull’orlo di parole, compresi gli oggetti tirati fuori un giorno per caso dai cassetti della dimenticanza. Ritorniamo al filo rosso dei temi di UT, Il caso, per esempio, emblematico tessitore di coincidenze. Per me ci fu l’intento di dare voce in una piccola ballata a una statuina di terracotta che mi portavo dietro da un viaggio dei vent’anni (e con infantile gratitudine ringraziai UT di questo “battesimo”); per Enrica riaffiorò il vecchio kimono acquistato al mercato di Ercolano: “… questa piccola fortuna / trovata che avevo vent’anni / e tornata qui ed ora / che è quasi carnevale”. E un’altra volta: “la collana di vetro ripescata / rotta nella chiusura / pasticciata / indossata una sera / color di caramella / ricordo di un’amica / da non vedere più. / Un dono estivo, di bancarella”. (L’indiscrezione), affioramento un poco simile alla veste comprata dai cinesi: “Era bella e sottile, piccolo sogno di campana. / Giovinezza in transito per strade di sole.” (La fragilità). 
Gli oggetti diventano anch’essi paesaggi d’anima, impregnati come sono di noi, delle nostre storie e di quelle dei paesi lontani del sogno e della carta geografica. Il talento di un poeta si rivela magicamente fin dall’infanzia, ha la necessità che il cuore rimanga bambino, e qui il mistero è affidato a un tenerissimo ricordo che risuona nel dialetto del paese natale, Monsampolo del Tronto, nella poesia intitolata “Da frchina”, in cui la bambina sente per la prima volta le corde “parlare” uscendo dalla pancia di legno di una chitarra, “cuoricino mio sprofondato!”
Il poemetto della neve nasce dalle acque tumultuose e debordanti di un sogno, specchiandosi nell’amore di mandorla amara per la sorella Marisa alla quale è dedicato. Il medium fra sé e l’altra è la neve, presenza polisemica oscillante tra fantasia e pietas, tra stupore e gelo, ricordi sepolti e desiderio infinito di parole che possano ammantare, esprimere la bellezza di ogni dettaglio, sciogliere nodi e aprire a un’altra riva del mondo. E’una poesia di metamorfosi e anelito alla trasparenza, un monologo interiore che, nell’impossibilità di un dialogo vero, ricostruisce il rapporto donando generosamente l’intimità del suo sentire cosmico e musicale. A chi? Questo il poeta non lo sa, ma è fiducioso che a qualcuno la sua parola possa arrivare.

“Ho sognato a volte i fiordi
scesi in un mio nome straniero
nel mio nome che viene da lontano.
Ma tu non puoi vedere, sei tutta nel mio racconto
sono un minuscolo aedo, ho la voce più chiara.

Mutano
Le mie fattezze, perché la neve
va sciogliendomi il viso, mi cambia
in una delle sue facce
di calce tenue, un impasto
che serra e che apre
a un’altra riva del mondo”.

“Credo che nello spazio si librino tante domande disperate, inevase, oscillanti dagli uni agli altri e che, se ciascuno – a suo modo e secondo le proprie capacità – cominciasse ad affrancarle da quella disperata ricerca, fornendo loro una risposta, una dimora, non ci sarebbe una tale terribile messe di domande senza un tetto. E non c’è legislazione sociale che possa rimediare  a questa loro condizione di senzatetto”. Leggo questo passo nel Diario di Etty Hillesum (Adelphi 2012), mentre sosto tra i versi di Enrica Loggi e mi viene spontaneo concludere con questa citazione, perché sono convinta che essa si addica al suo modo di accogliere la molteplicità delle voci che salgono a noi dall’invisibile, riscattandole dalla condizione di senzatetto e dando ad esse nascita e dimora nell’interrogazione ininterrotta in cui consiste ogni autentica poesia.

Maria Grazia Maiorino 

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