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lunedì 22 dicembre 2008

Enrica Loggi, da "Il talento dei giorni"




Era libeccio e sera,
intiepidiva l'aria di una luna
spartita nei sipari quasi neri
fino a disfarsi nella macchia liquida
argentata sull'acqua
e l'orizzonte come una fontana
un bacio, il fiato della bocca
di una statua.
Si raccoglieva l'esile pronuncia
in un auspicio:
avrei avuto quell'occhio luminoso
caduto nella foschia
del mare balenando
senza più le parole degli umani.

*
Vedo un'ombra
di quel che sei
senza riparo prossimo e distante.
Il fiume
si sveste per te verso la foce
mostra l'argine nudo, la bocca satura
così vola e ti somiglia il gabbiano,
filiforme se s'innalza. La notte
ti ha fatto la mia domanda
e scolora vibrando nel tuo silenzio.

*

Anche se è lontana la sera
le stelle piangono e vogliono apparire.
Così come una stella, sul confine
mi appare il mare Adriatico.
Senza moto nel deserto azzurro
la sua patria,
ventura del tempo a nascere
o a morire.

*
Recensioni:

"Sulle tracce lievi di Enrica Loggi"  - di Maria Angela Menghini


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