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domenica 5 ottobre 2008

Enrica Loggi, da "Di acque e segni labili"


PREFAZIONE     di Guido Garufi

In questa scrittura sempre più tersa e come distillata rispetto alle prove precedenti, Enrica Loggi percorre con sapienza e consapevolezza un suo De rerum natura, un suo cammino dove le tracce dell’antica poesia che alla fine degli anni ottanta aveva dato alle stampe rientrano prepotenti ma ora quasi levigate o polite da una tensione drammatica, quasi da uno spirito religioso che la avvicina alla lacerata e apparentemente pacata stimmung lucreziana, ad un’ansia di liberazione tramite una escursione della geografia e del paesaggio: una sonda che arriva fino alla sua anima “naturale” e la esplora e con essa, con la natura, entra in contatto intenso ed interno. Questa filosofia, questa poesia che a volte accenna al canto, velandolo con pudore e mai scoprendosi in elegia totale, tenta con grande grazia e con timidezza una sua attonita colloquialità con la “foresta” georgica del suo paese, con il suo orizzonte cittadino circondato dai colli, dai boschi, dagli erbari, quasi innestandosi dentro l’anima di una justissima tellus, anima interna, anima animata.
Ma se gli alberi appaiono il correlativo di un discorso o di una relazione esigente perchè ad essi e agli immediati dintorni si “chiede” implicitamente qualcosa, se agli stagni e ai campi, alle stagioni e alle viti, si chiede di “parlare”, ecco che la scrittura della Loggi si alza, prende la carica e s’impenna mediante una ricorrente invocazione ed  evocazione: in verità l’autrice alza il tono soprattutto degli incipit conferendo ad essi una forza distinguibile e che funge da motore dell’intero componimento, non mediante una banalizzazione interrogativa o imperativa, ma, al contrario, atterrando e scendendo immediatamente in re, dentro il paesaggio (direbbe Zanzotto) rapidamente descritto e improvvisamente frontale,  qualche esempio: “ Tu conosci il principio dell’estate”, o “Esita l’erba a piegarsi”, o anche “Il pettirosso non torna”, ed ancora “Come per questa notte”, o“ Luce bianca convivio dei recenti mattini”,  e poi “ Il mattino , invocando” e “ Sulle nocche del fico va una rondine” ed infine “ Come tinta di solitario polline”.
Questa discesa nelle cose e negli atomi del paesaggio fa sì che mano a mano si manifesti la voce della poesia che si attesta sulla simbolica dell’acqua, vuoi quella estesa ed evidente del mare che lambisce il paese, vuoi ancora nelle frequenti citazioni fluviali o del campo semantico attiguo (pioggia, goccia, nuvola ed altro): l’acqua, così, è la stessa potenza dinamica e in metamorfosi della lingua poetica che poi, non casualmente, si inserisce  nel senso globale del titolo che non poteva suonare altrimenti: Di acque e segni labili.
Ma non è lecito equivocare: il libro non è affatto un diario esiodeo, una “botanica” in versi o anche un diario campestre ( anche se di Pindemonte, ricordando, può venire in mente l’azione attiva e benefica  della Musa gentile che è, per lui non solo, la Malinconia) quanto piuttosto un moderno poema in nuce che ha una sua architettata struttura, una sua interna tessitura: basti pensare al ritmo dilagante e franoso e ripido che la Loggi sa imprimere a certi tratti, alle allitterazioni e ai timbri corrosivi tutti indirizzati a tradursi in velocità e stridore,  versi quasi tutti in corsa con improvvisi stop, tra sospensione e clausola, giocando dunque sui significanti e sul ritmo delle parole, magari con una insistenza di polisindeti atti a velocizzare il verso e anche ad acuminarlo : “ Argini muti\ valli di pianto e rivi in secca\ paese d’altra specie, riconosco \ le strade piane che portarono\ altrove a contraddirsi” o “ Se ridi, stride la tua parola\ non raggiunge il prossimo tratto”.
Ecco che l’acqua (come la poesia) entra vivacemente nella storia ( vedi la immanenza e presenza emblematica de  “il clamore dell’acqua”) per narrarla con le sue armi che sono segni labili, poichè la scrittura deperisce e sembra perennemente destinata alla fine, ma sempre “resiste” attraversando il paesaggio della vita, e la “carta” (altro lemma ricorrente in questa raccolta), dona la possibilità di riscatto, anche la “bruciata carta\ che conteneva rimpianti” ha dunque la forza di vitalizzare e vivificare un mondo che sembrava senza voce: “Torneranno fuliggini rondini\ la carta che brucia\ intiepidita dall’aria”.
Solo così i fogli e le foglie si apparentano: in questa ammirabile simbiosi, il pianto e la melanconia, la vittoria e la sconfitta, l’abbandono e la mancanza, si riducono: il testo poetico assume la sua responsabilità di medium araldico, la voce della Loggi e i suoi labili segni, restano scolpiti nella memoria e nel cuore, assumono o tentano di avvicinarsi, da diversi lati, a certe “eternità” arcaiche  e da quelle tentano, con pudore e timore, di parlare a tutti.

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Luce bianca convivio dei recenti mattini
inverno stretto su una sola strada
nei muri ardente distanza di calce
e divinità si perdono a picco
su colate di case che assillano
il cominciare del cielo.

Verso una spiaggia ignara tendevano i viali
lunghi come le vie di Pescara tronche nel mare.

Così le parole non pregano, vanno via sparse
cadono verdesbiadite nei pianti
doppi dell'eucalipto;
le canne inalberano una sola piuma
lungo tutti i torrenti e le ferrovie.

*
Esita l'erba a piegarsi o il vento a crescere
e la casa che s'alza fino all'ultimo
nella corona dei tetti ha un mattino
che non ritorna
al paese delle storie di pace
trascritte oltre la traccia dei ricordi.

*

Lontano ha gridato
la primula gialla
il colore.
Tu pensi se c'è un tempo
d'appartenenza nello strido acuto
che ti porta le cose e la persona
che decida l'incontro.
Che nasca
qualcosa ai bordi
un'erba da raccogliere
lenisca il cuore del tempo.

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Recensione di Maria Lenti a "Di acque e segni labili"



2 commenti:

Anonimo ha detto...

Abbiamo visitato il tuo blog...è bellissimo.Complimenti...I tuoi nipoti preferiti(le tre AAA...spero tu abbia capito chi siamo.) Un grande bacio da mamma.

Angela Siciliano ha detto...

Sto leggendo la raccolta. Va gustata lentamente.
Dimensione delicata, leggera eppure solida, forte.