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domenica 12 novembre 2017

Il tatto estremo dell'esistere


"Il tatto estremo dell'esistere": un mio verso scelto dalla poetessa Martina Luce Piermarini come titolo per un incontro di poesia che mi ha visto ospite della Biblioteca Mozzi-Borgetti di Macerata. Insieme abbiamo presentato la mia recente raccolta "PoesiEnricaLoggi" (I Quaderni di UT, 2016). E' stata un'occasione splendida per la nostra amicizia e ispirazione: Ci siamo sentite parte di un dolce universo, quello della nostra storia poetica che continua ad intrecciare parole, esperienze, ritmi...
Sono intervenuti il poeta e critico Guido Garufi e Massimo Consorti, direttore di UT, la rivista letteraria di cui sono redattrice. Ha accompagnato la lettura dei testi la flautista Costanza Marchiani .

(con il poeta Guido Garufi)


giovedì 22 giugno 2017

"Canto di vita" alla Galleria Marconi



di Sara Di Giuseppe

E’ musica leggera, ma classicamente napoletana, l’omaggio di Enrica a chiusura dell’incontro (conosco i dialetti - ci dice - e a Napoli ho vissuto degli anni). Così ci rapisce il suo assolo di Reginella: nessun accompagnamento musicale, e quella sua voce d’altro tempo che ricama il testo struggente di Libero Bovio è la stessa che poco fa cantava i versi di alcune sue raccolte, Musica leggera, Il talento dei giorni, Di acque e segni labili, Il seme della pioggia, e altro.
        Il dialogo di oggi è quello fra amiche che discorrono con grazia affettuosa: Enrica percorre con Antonella  le tappe di una creazione poetica, la sua, che canta fragilità e solitudini – i poeti sono soli / col loro inverno – labirinti ed assenze, fughe e ritorni, e il piccolo affanno dei gesti quotidiani che la natura materna e pietosa accoglie e consola. Terra e pietre, cieli e stagioni, e soffi di mare che conducono memorie, acque di piogge e acque di fiumi: tutto ascoltiamo fluire nella voce che leggera scandisce il suo breve diario di parole.
        Dal gioco del dialogo si dipana una narrazione che è confidenziale (l’abitudine di leggere all’amica, per telefono, i versi appena composti… “dovremmo tutti avere un poeta per amico”, dirà Antonella) e al tempo stesso illumina una trama poetica intima e profonda, definisce la traccia inconfondibile di ogni sua raccolta: la vita colta nel suo “farsi natura” (così la felice espressione di G.Dimarti), e la poesia - canzone accesa - che ne penetra la sacralità, vi rintraccia un disegno che si fa avanti senza mostrarsi, percorre mari non navigati e orizzonti di città dove si muovono i miei simili /mutando il loro dove, s’innalza in uno “slancio esistenziale in grado di contrapporsi allo sgretolante grigiore del mondo” (A.Lucidi).
        Gli ottanta versi del poemetto inedito che hanno aperto l’incontro sono stati anch’essi “Canto di vita”; come nel Canto di Hofmannsthal vi echeggia una nostalgia senza nome…nostalgia di vita, vi aleggiano  atmosfere sospese: su quelle, oggi, si affacciano assorte - straniate/stranianti immagini - i giganteschi ritratti in foto che dalle pareti colorano prepotenti lo spazio*…
        Quiete onde di luce, si travestono / e si fingono stelle, anzi parole: ecco evocate dalla conversazione, le creazioni di Enrica per i bimestrali Grandi Temi di UT **,  in ciascuna la vastità sontuosa del tema è ricondotta all’alveo imprevedibile e dimesso di un quotidiano che si fa poesia.
        Così La Rivoluzione è insurrezione delle pratoline insorte per me […] sulle spalle della primavera, angeliche e beffarde agli occhi dei passanti, che cantano per lei, levata / a contemplare quel che ci sarebbe / stato se il mondo non avesse / smarrito la parola. E Il Desiderio è abbracci di fretta fra i cespugli, crepuscolo di festa e di giostra in riva al mare; Il Suono è quello argentato di chitarra, uscita dalla pancia di legno al tocco della sua mano bambina (Fu da frichina la prima vodda / ch sndiett snà na chitarra); Fragilità è la veste comprata dai Cinesi per spendere poco, bella e gracile e rattoppata e ricucita ancora, non posso più indossarla e non la butto via; L’Indiscrezione è un cassetto gonfiato dal tempo, riaperto dopo anni, sedimento di memorie oggetti parole… perché, ci racconta Enrica, conservare ciò che è ferito e non riesco a buttar via è un po’ simile allo Zen e alla sua filosofia della guarigione possibile di ciò che è stato… E sono Labirinto i disegni invisibili delle rondini che impazzano nere, è labirinto il cielo di scie chiare come un Maggio dentro il quale perdersi è come ritrovare / lontano, a riva, / la casa che lasciamo ogni giorno / alla deriva.
        Ci congediamo ormai, e giurerei d’averlo visto sorridere, l’anziano perplesso grande signore con palloncino rosso sulla parete destra, grato come tutti noi ad Enrica per questa breve indimenticabile heure authentique de vrai bonheur ***.


*  Personale di Rita Vitali Rosati - Galleria Marconi, Cupra Marittima, 21 maggio / 17 giugno 2017
** POESIENRICALOGGI” – I QUADERNI DI UT  XII-MMXVI n.1
*** G.Brassens, Histoire de faussaire


Sara Di Giuseppe                      


lunedì 12 giugno 2017

"PoesiEnricaLoggi" alla Galleria Marconi



Sono particolarmente lieta di presentare il mio nuovo libro presso la Galleria Marconi di Cupramarittima, a cui sono legata da una fantastica amicizia con Franco Marconi. Dal 1995, quando nacque la Galleria, ho sempre seguito con crescente interesse le mostre che Franco ha allestito per tutti gli amanti dell’Arte Contemporanea. Una scuola di altissimo livello in cui la mia poesia ha trovato numerose ispirazioni, accenti nuovi e una rara umanità. La mia storia si è intrecciata con questa splendida realtà anche perché ho avuto modo di scrivere diversi testi critici su artisti che hanno esposto in questo importante luogo. La scrittura non può che alimentarsi a contatto di una creatività così vasta, sempre sorprendente: l’Arte e la Poesia giocano un continuo rimando, una sollecitazione reciproca che stupisce per la sua fertilità.
Alla luce di quest’amicizia ringrazio Franco che mi ospiterà per un nuovo incontro di poesia il 17 di giugno.
Ringrazio infinitamente anche la rivista UT che ha accompagnato la mia vita letteraria, promosso la mia vena poetica e coltivato un’amicizia preziosa. Fondata nel 2007 dal geniale trio Massimo Consorti, Francesco Del Zompo e Pier Giorgio Camaioni, UT continua un’impareggiabile attività culturale: sta per uscire il numero 60 dedicato al tema “Il Profumo” ed è un traguardo prestigioso per una rivista che è anch’essa una scuola di vita. Attraverso le sue pagine numerosi poeti, scrittori ed artisti hanno conosciuto un’esperienza fondamentale, di primaria importanza culturale. 


La mia soddisfazione più grande è stata la recente pubblicazione del Quaderno n. 1 di UT, dedicato alla mia poesia, primo di una nuova collana editoriale aperta a tutti coloro che vogliano pubblicare i loro scritti.
“PoesiEnricaLoggi”, titolo del mio Quaderno, raccoglie 24 poesie scritte per UT negli ultimi 5 anni, ed un poemetto. La veste grafica è a cura dell’art director Francesco Del Zompo, la prefazione di Alceo Lucidi e la postfazione del direttore Massimo Consorti.
Attendo con trepidazione il 17 di Giugno per porgere le mie poesie al pubblico, accompagnata dall’amica, finissima scrittrice Antonella Roncarolo, anche lei storica collaboratrice di UT, felice come sono di questo incontro magico tra noi, UT e la Galleria Marconi.

Non so se adesso o poi, prima di sera
le voci che fuggono nel tempo
vivace della rosea primavera
o quelle che rimangono sospese
per un sì o per un no, vanno via presto
nel verde che s’ accòra dentro il mare
quando il giorno si china all’orizzonte
nel commiato di luci ultime e sole
che prendono la forma di parole.

Enrica Loggi

domenica 7 maggio 2017

Dedicato a Cecilia Dionisi



L’arte di Cecilia Dionisi si fa incontrare senza preamboli, è presente, nuda, immanente a se stessa e a chi la guarda, perché uno solo è il suo accento, come universale è la poesia dei suoi quadri, che in una appassionata melodia ci immettono direttamente, felicemente nel cuore delle cose.
Un mondo dove il colore esulta, dove l’argomento è la vita nei suoi fiori, desiderio d’infinito e insieme di pace, e dove le creature della Natura rispondono a un appello inequivocabile, chiamate a esistere su tele dalle ricchissime tonalità cromatiche, che si offrono ai nostri occhi come allo specchio di una felice fantasmagoria.
Ci sentiamo accompagnati con estrema passione in paesaggi pieni di sole, di archetipi felici che sollevano l’animo in un grazie gridato a tutto il Creato, ripetuto come tema abbagliante in una sorta di estremo sorriso, che scavalca la drammaticità per vestire lo sguardo, ogni sguardo, ogni dolore, di una bellezza sposata per intero, di una confessione librata nell’aria, di visioni, di concrete allegorie.
E’ la testimonianza di un amore che ci conquista, ci ruba piacevolmente, ritraendo una vita che la luce accende e il colore conserva come un incontro, un lascito, un saluto che nel tempo veste la tela, e la restituisce in pennellate scroscianti: una festa della luce.
Ho incontrato Cecilia alla sua mostra per la festa di Sant’Aureliano, a Grottammare. Ne sono stata felice, rapita da questa sua visione devota, umile, gioiosa e giocosa, come da una resurrezione, un canto di lode alla vita, di amore per chi può soffermarsi a contemplare, a seguire l’istinto dell’Artista e a portarlo con sé.

Enrica Loggi

martedì 18 aprile 2017

Il colore della poesia


Le mie note a proposito della mostra "Il colore della poesia" di Emidio Mozzoni e Miriam Pasquali (in corso al Centro Pacetti di Monteprandone).




L’arte di Emidio Mozzoni è un perenne, variopinto e multiforme dialogo con il Creato: una mite protesta, che si traduce in durevole invocazione rivolta alla materia elementare (e per questo più preziosa), delle sue composizioni. Quanto viene costruito, descritto, assemblato in un atteggiamento interrogativo rivolto alla Natura, tra le spine di quanto è sofferto, torna a parlare un linguaggio d’amore. L’incredibile, direi sovrumana pazienza consiste nell’adoperare materiali minimi, raccolti tra le creature vegetali: piccoli rami, foglie, sassi amorevolmente adoperati a ricostruire un universo dove non si perda nulla, dove il lungo racconto diventa, a perdifiato, una canzone. Ciò che viene usato diventa un alfabeto a sé stante, duttile come una parola nuova, sussurrata, invocata, trascritta in una sorta di racconto biblico, dispiegata tra l’umiltà dei materiali che diventa splendore nelle foglie-oro con cui, ci dice Emidio, si celebra e festeggia la materia del suo dipingere.
L’Artista vive la sua purezza nella mite accusa fatta all’uomo che distrugge i frutti, i semi, i linguaggi, la bellezza che la Natura gli dona. La sua mano si muove insieme a una meditazione estrema, millimetrale. Il suo Tempo si traduce prezioso e umilissimo insieme.
Corona queste espressioni pittoriche, un brillio di forme che descrivono a volte dei profili di città luminosissimi, un vero Inno alla Vita che non vuole abbandonare il nostro sguardo, anzi spera di farsi essa stessa Paradiso, là più dove l’uomo è fallace.
Porto con me questa parola impressa, riscattata, innalzata in geometrie duttili e in piccoli mondi che raggiungono chi guarda con mille domande, e una risposta sola: Omnia vincit amor.

Enrica Loggi


Cara Miriam,
mi sono lasciata avvincere e trasportare dalle tue tele che ritraggono i fiori, ed altre sentinelle di una tua esclusiva, smagliante passione, trascritte con una cura da amanuense nel corpo del quadro. Il loro candore, come un soffio diafano, ha il coraggio tuo di esprimere un dato essenziale, di trascrivere il cuore dell’immagine che sembra quasi evocata magicamente, nel colore acquerello, o nel pastello che fedelmente seguono i profili delle tue “Still Life”.
In esse quasi t’immedesimi lasciando che queste creature policrome siano un tuo aereo ritratto, il tuo respiro, la tua contemplazione sincera e devota della impalpabile realtà che magicamente, proprio nella fedeltà tu trasfiguri e lasci che chi ti guarda entri segretamente e poeticamente (è così che tu ci accogli) nelle evocazioni di presenze che hanno un volto che oggi si trova raramente. E per questo si sono lasciate amare, meditandole e rispondendo al forte richiamo della Natura, della Vita, che minuziosamente raffiguri. Ma c’è in te uno slancio, un coraggio particolare: quello che trova nella semplicità la sua forza, e si ferma in un pronunciamento delicato ma stabile, vitale, nella vocazione di offrire il colore e a volte la perfezione dei temi. C’è in te quasi una risposta a una preghiera: quella che celebra l’erba dei prati, le cromie di un paesaggio raffigurato in più vesti, e di volta in volta il procedere della sua finezza, che è quella del tuo cuore, e di una fedeltà riposta nel colore a volte evanescente, come un sospiro, come la forma elementare di un sogno ad occhi aperti.

Enrica Loggi


sabato 25 marzo 2017

Dedicato a Claudia Cundari



La felicità, la gioia rutilante delle immagini di Claudia Cundari attinge ad un paesaggio dove l’anima discorre con la centralità della materia, fatta di tinte magiche oscillanti verso un cielo che accarezza il suo infinito.
Le forme si agitano come per un vento celeste, e coprono la tela di incanti, sogni che si destano nella ininterrotta cromia e si pronunciano in accenti d’amore e tenerezza, scanditi da Claudia con mano trepida e felice.
Il paesaggio ha come centro il mondo femminile e le sue tremule malinconie, che dilatano lo sguardo di dolci creature muliebri e lo rendono permeabile ad un sogno rincorso mentre il loro io profondo langue e gioisce all’unisono.
Gli sfondi racchiudono una debordante umanità, che indirizza le immagini verso un mondo lieto e pensoso, caratterizzato da un avvicendarsi dei colori e delle forme in uno spazio guizzante e luminoso che solo il cuore della Pittrice sembra conoscere.
Da un’esperienza d’amore e dedizione vengono questi ritratti, volgono a noi un sorriso candido come neve, mobile come un giunco. Sono figure che emergono da un dettato fantastico e incoronano come umane ghirlande la superficie della tela, lasciando ai nostri occhi tutta la meraviglia, lo stupore incessante, l’incanto ripetuto ad ogni “formella” dove si svela e si rivela l’anima di Claudia mescolata alla gioia dei suoi occhi.

Enrica Loggi


lunedì 6 marzo 2017

Recensione di Maria Grazia Maiorino a "PoesiEnricaLoggi"


"Le scarpe bianche dei poeti". 

Conservo, all’inizio di un mio taccuino, la poesia ricopiata a mano che comincia così: “ I poeti sono soli, /col loro inverno / le scarpe bianche per uscire la domenica / le ali stropicciate …” 
Mi piace ricordarla tra quelle ricevute in anteprima dalla voce di Enrica al telefono o, in altri tempi, per lettera. In confidenza e corrispondenza d’amore per la poesia, sussurrato nelle dediche e vissuto da vicino e da lontano, fedele anche nei silenzi. 

E questo mi dà gioia ora sfogliando il quaderno n. 1 di UT nella veste damascata della sua bella copertina, bianca e nera come le rondini, come i poeti che sono i loro compagni migranti. Sì, fui colpita in quella poesia dal dettaglio di un candore-ricordo delle nostre infanzie, che balena anche qui, fin dall’ esergo di Holderlin, i cui versi additano lo spirito dei cercatori di consistenza e memoria, sempre in bilico “di terra in terra cercando un’estate lontana”.
Rientro nel mondo di UT attraverso il canto libero di Enrica, unendo anello ad anello, facendone ghirlanda e corona, immagini anche a lei care, parole femminili dalle molte suggestioni, figure di armonia e unione – rose e spine, vita e morte, opposti raccolti nel grembo di un tutto. 

E’ bello che il florilegio si apra con una poesia sulla madre, ricordata pensando al tema L’oblio: i contorni subito si sfaldano vestendo i colori delle alghe e le iridescenze dell’acqua, trasmutandosi nell’immaginario di una figlia che poeticamente abita il mondo, e si rivolge a lei come al suo  “pruno argenteo, / figura senza il tempo”… una forma di giorni, di brine / che tu disfi / perdendo / la memoria / nella stagione / del mio respiro”.
L’alfabeto della poesia è questa continua traduzione del vissuto, questa ricerca di una coincidenza di suono e senso per dire l’enigma di una voce che parla dalle profondità dell’animo umano, dove riposano le grandi universali figure degli archetipi e dei simboli. Dove gli opposti non si elidono ma si completano, dove le soglie sono orli di svelamenti e lo scorrere del tempo è vitale e infinita scoperta. Il microcosmo di un borgo “piccolo come una mano, / grande come un cappello parasole” rispecchia un intero mondo in cui le parole sono palme, sono nuvole e onde, scie e sassi, sabbia e silenzio. 
Tutti gli esseri appaiono sull’orlo di parole, compresi gli oggetti tirati fuori un giorno per caso dai cassetti della dimenticanza. Ritorniamo al filo rosso dei temi di UT, Il caso, per esempio, emblematico tessitore di coincidenze. Per me ci fu l’intento di dare voce in una piccola ballata a una statuina di terracotta che mi portavo dietro da un viaggio dei vent’anni (e con infantile gratitudine ringraziai UT di questo “battesimo”); per Enrica riaffiorò il vecchio kimono acquistato al mercato di Ercolano: “… questa piccola fortuna / trovata che avevo vent’anni / e tornata qui ed ora / che è quasi carnevale”. E un’altra volta: “la collana di vetro ripescata / rotta nella chiusura / pasticciata / indossata una sera / color di caramella / ricordo di un’amica / da non vedere più. / Un dono estivo, di bancarella”. (L’indiscrezione), affioramento un poco simile alla veste comprata dai cinesi: “Era bella e sottile, piccolo sogno di campana. / Giovinezza in transito per strade di sole.” (La fragilità). 
Gli oggetti diventano anch’essi paesaggi d’anima, impregnati come sono di noi, delle nostre storie e di quelle dei paesi lontani del sogno e della carta geografica. Il talento di un poeta si rivela magicamente fin dall’infanzia, ha la necessità che il cuore rimanga bambino, e qui il mistero è affidato a un tenerissimo ricordo che risuona nel dialetto del paese natale, Monsampolo del Tronto, nella poesia intitolata “Da frchina”, in cui la bambina sente per la prima volta le corde “parlare” uscendo dalla pancia di legno di una chitarra, “cuoricino mio sprofondato!”
Il poemetto della neve nasce dalle acque tumultuose e debordanti di un sogno, specchiandosi nell’amore di mandorla amara per la sorella Marisa alla quale è dedicato. Il medium fra sé e l’altra è la neve, presenza polisemica oscillante tra fantasia e pietas, tra stupore e gelo, ricordi sepolti e desiderio infinito di parole che possano ammantare, esprimere la bellezza di ogni dettaglio, sciogliere nodi e aprire a un’altra riva del mondo. E’una poesia di metamorfosi e anelito alla trasparenza, un monologo interiore che, nell’impossibilità di un dialogo vero, ricostruisce il rapporto donando generosamente l’intimità del suo sentire cosmico e musicale. A chi? Questo il poeta non lo sa, ma è fiducioso che a qualcuno la sua parola possa arrivare.

“Ho sognato a volte i fiordi
scesi in un mio nome straniero
nel mio nome che viene da lontano.
Ma tu non puoi vedere, sei tutta nel mio racconto
sono un minuscolo aedo, ho la voce più chiara.

Mutano
Le mie fattezze, perché la neve
va sciogliendomi il viso, mi cambia
in una delle sue facce
di calce tenue, un impasto
che serra e che apre
a un’altra riva del mondo”.

“Credo che nello spazio si librino tante domande disperate, inevase, oscillanti dagli uni agli altri e che, se ciascuno – a suo modo e secondo le proprie capacità – cominciasse ad affrancarle da quella disperata ricerca, fornendo loro una risposta, una dimora, non ci sarebbe una tale terribile messe di domande senza un tetto. E non c’è legislazione sociale che possa rimediare  a questa loro condizione di senzatetto”. Leggo questo passo nel Diario di Etty Hillesum (Adelphi 2012), mentre sosto tra i versi di Enrica Loggi e mi viene spontaneo concludere con questa citazione, perché sono convinta che essa si addica al suo modo di accogliere la molteplicità delle voci che salgono a noi dall’invisibile, riscattandole dalla condizione di senzatetto e dando ad esse nascita e dimora nell’interrogazione ininterrotta in cui consiste ogni autentica poesia.

Maria Grazia Maiorino 

sabato 11 febbraio 2017

Recensione per Anna Elisa De Gregorio




In questa nuova raccolta di poesie Anna Elisa si racconta e ci racconta un presente che oscilla tra dimensioni mobili passate e future, e si dipinge attraverso un tessuto di parole e richiami, rimandi tra di esse. Un verso armonico, leggiadro e veritiero ci restituisce, in mezzo a svariate descrizioni, citazioni pittoriche, da Vermeer a De Chirico, il ritratto minuzioso che Anna Elisa lascia di sé: una poetessa che sa come darci il suo profilo, la sua eleganza e novità attraverso un fraseggio composito e denso di significazioni. La vicenda personale vive rispecchiata in locuzioni molteplici, che illustrano, dai dipinti alla traduzione delle minute esperienze quotidiane, l’aspetto interiore, il rispecchiamento, che Anna Elisa ci porge in maniera originale, unica. Ne consegue uno speciale ritornare sulle proprie parole che maturano via via, nel cuore del verso che diventa per chi legge esperienza millimetrale che si diffonde e conquista a poco a poco.
Il “punto di biacca” è l’emblema di un’espressione pittorica, che culmina in una dimensione infinita, sia per l’arte che per la poesia: è il dolce suggerimento che Anna Elisa semina di sé, perché il lettore conosca le sue orme e arrivi fino a lei, che tratteggia il diario della sua e della nostra vita con estrema filosofia. Viene invocato Eraclito in esergo, e tutto ciò che passa e fugge in mezzo e a causa dell’armonioso disordine del nostro esistere. E’ da questo assioma che la poetessa parte, come da una tela di Penelope che lei tesse per il ritorno di chi può amarla, obbedendo a una proposta discreta e suggestiva, a un’immagine in cui lei che scrive si riflette e chiama a raccolta le voci della poesia. Una poesia che è una filigrana, una doratura continua, un rinvio all’espressione a volte furtiva e anche ironica che ci rivela la trama di un’arte che il tempo non può spegnere, e a cui la vita non rinuncia.

Enrica Loggi

L’acqua ha strisce di blu
che a scuola di disegno
si chiamava “oltremare”,
nel suo andare indolente
becchetta un sasso bianco
il solito gabbiano.
E’ così che comincia
l’incendio nella macchia:
un pennacchio benevolo,
che è quasi una domanda.
Da battistrada il vento
sulle ginestre ardenti
e, di seguito, l’alba
infettata dal fumo.
Mai rassegnata torna
l’estate dopo un anno.
Come una migrazione
folle, mille farfalle
(sembrano margherite)
ripetono la vita
sopra i greppi anneriti.



Anna Elisa De Gregorio, “Un punto di biacca”  (La Vita Felice, 2016)

martedì 24 gennaio 2017

Riflessioni sulla poesia di Guido Garufi


In questa poesia come in grani d’un rosario, le parole scandiscono una ad una il loro viaggio, animandosi dentro il proprio suono, ripetendo a voce alta anche quello che è un sussurro.
E così esse sbocciano da un lungo desiderio, scivolano sulla pagina evocando l’origine di quel che fu e di quello che ancora dev’essere. Così la Poesia s’innalza fino al limitare della notte, in quello che la mente e i sensi rincorrono dentro un crepuscolo, nella voce che ignara dice cose di sé e si traveste, sotto un manto di rimembranze. Offre a chi legge la sua mano nuda, china tra i fogli a raccontare, ad immergere l’inchiostro delle parole nel tremore e nel sogno di ogni giorno. 
Guido trascrive ciò che “ditta dentro”, dove la saggezza affronta il limite dell’ingenuità, e disciolta si offre al lettore lungo tutti i suoi giorni, che come fiammelle tralucono eternità e dolore, gioia senza una terra in cui posarsi, volo d’ali nel cielo del proprio avvenire, e del presente profilo docile d’appartenenza.
Un pellegrinaggio dentro le giornate di un verbo onnipresente, una magia che si ripete e si traduce ogni volta. Si alternano le innumerevoli definizioni di quello che fu ed è la poesia, piccola grande Arca contro il diluvio, colomba incandescente che scrive il suo tragitto, le sue orme nella sete d’Assoluto, e riesce a stamparsi nell’immaginario di chi legge come un disegno a china, o un origami delicato e trasmesso all’intelligenza, in questa che è una storia di verità e amore.
Così si passa attraverso un diario costante, un interrogativo nudo, purissimo nel sentimento comune che affratella e si trascende in infiniti rimandi, giochi e segni che il volo e l’agone di Guido trascrivono su sabbie e acque, silenzi, stagioni e argini.
Si levano i versi a tradurre un’innocenza struggente, oltre che un verbo lucido, infinito, dove si nasconde l’angelo della Poesia, e il suo tremore di perla che si teme perduta, e invece è un sempre più vigile segnale di bellezza, di bontà e amore.
Non smetterò di leggere, tornerò, nella culla di questi pronunciamenti carichi di inedito splendore, a cercare altri indizi, disegni, culle, straordinarie ellissi, carambole di un verso padroneggiato al millesimo e per questo, vago, indimenticabile.

(Enrica Loggi)

UNA STORIA

Ma tu portami tra aspre luci o stelle
tra i fiammanti monti dove dormi
tra l’erba a tarda sera dove un poco
ti riposi insieme ad ogni lettera del mondo.

Ti scrivo da qui, da questo tavolo remoto
su questi fogli simili al solco del tuo cuore
dove il tempo polveroso ha sua dimora
e tu riposi un po’, mia ombra, mia dolce
amica che sembri oscillare al lume
di candela, sul bianco chiarore della luna…
Ma portami tu altrove o più lontano
raccogli quella foglia e di questa prendi
leggerezza e trasparenza e donala
a chi sai, a quelli che di te desiderano un cenno…

E poi ritorna ma non voltarti più sulla tua strada
ma di questa segna le mappe ordina la bussola
in questo viaggio perplesso…

Tu lo dichiari forte, lo annunci come un canto
tra le costellazioni che lontane splendono
dall’alto di ogni luce che penetra nei luoghi
più riposti, cantine e nicchie della nostra storia.


Guido Garufi,  “Fratelli”  (Nino Aragno Editore, 2016) 

giovedì 5 gennaio 2017

PoesiEnricaLoggi - (I Quaderni di UT, primo numero)


"Sono 24 (ed  un poemetto) i componimenti  raccolti dalla poetessa Enrica Loggi nel suo ultimo lavoro promosso e pubblicato dalla Rivista UT.
Il volume è stato presentato presso la Biblioteca comunale “G. Lesca” di San Benedetto del Tronto, giovedì 29 dicembre, alla presenza dell’autrice, dei giornalisti Massimo Consorti e Rosita Spinozzi, dello scrittore Giampietro De Angelis e degli attori Patrizia Sciarroni e Fiorenzo Spina Massacci.


Il libro vuole essere la prima uscita di una collana di “quaderni” edita  da UT per mano del suo art designer Francesco Del Zompo, direttamente ricollegata alla sua rivista bimestrale.  In effetti, da assidua collaboratrice e componente della redazione,  la Loggi riunisce le liriche che coprono gli ultimi cinque anni di vita del periodico, le quali, oltre a scandirne i tempi – come afferma Massimo Consorti nella post-fazione al testo – ne incarnano lo spirito, nel segno della valorizzazione della cultura attraverso le sue molteplici manifestazioni .
La poesia della Loggi nasce del resto da un’autentica partecipazione alla vita del creato e alle più profonde aspirazioni dell’uomo senza nome né volto, scevro da ogni appartenenza ideologica. Un canto che trova ragione nell’adesione alle più piccole cose, colte nella loro semplicità, nel gesto disinteressato, nello struggimento lirico per un ricordo (ri)accarezzato.  Una poesia, potremmo definire, sottovoce, che si fa armonica al punto da omogeneizzarsi stupendamente con i suoi oggetti di trattazione: persone e paesaggi.  Una densa rappresentazione della realtà con dentro l’intera tavolozza dei sentimenti umani sbozzati come in un acquerello, dove  i colori sfumano tra giochi chiaroscurali e mezze tinte.  Questo raffinato lirismo è stato ricordato dai presentatori Massimo Consorti e Rosita Spinozzi e da me richiamato nella prefazione alla silloge.
Il pomeriggio è stato allietato dalle note del flauto della giovane Valentina Garcia Melchiorri che attraverso semplici ed ispirate melodie ha dato evidenza alle parole profonde ed incantatorie della Loggi e da un folto e partecipe pubblico".  
(Alceo Lucidi)


*
PREFAZIONE a "PoesiEnricaLoggi"

Cara Enrica, è sempre così difficile centrare le parole dei poeti, condensarne lo spirito come se anche noi volessimo coglierne i frutti che con sacrificio e coraggio ci porgono. La nostra epoca distratta ed indocile alle lunghe attese, alle morbide cadenze del pensiero poetico, rivolge lontano, ci strappa bruscamente oserei dire, dalla traccia vibrante e sempre sottesa, pronta ad accoglierci, del sentimento lirico. E’ un dono, penso, la poesia, così come una feconda educazione il prestarsi ad ascoltarla, un “mestiere”, ricolmo di felici tentazioni, a cui ci si abitua con il tempo nell’esercizio paziente e tenace dell’ascolto. Ci sono poeti prestati alla Musa, un po’ per circostanza, un po’ per vezzo, o falso sensazionalismo, un po’ perché folgorati, come me, dal demone della scrittura che ci porta a percorrere o tentare strade espressive diverse, anche le più impervie. Ci sono poi poeti, come te, che senza fragori, nel silenzio della parola precisa e struggente, riversano e concentrano nel dettato lirico un’infinita devozione per il mondo ed il creato, per l’uomo, più ancora, questa strana ma straordinaria creatura, che vive, prima ancora che di atti, di sentimenti. Sono i poeti del canto armonico e tornito, delle tonalità intensissime e cristalline, delle immagini chiare e struggenti che fermano attimi di vita imbevendoli di nostalgia e dolcezza, mai di amarezza e sconforto. E’ la grandezza della poesia vera, che in pochi frammenti di vita, lenisce e riscatta, rigenera e riabilita. La poesia come slancio esistenziale in grado di contrapporsi allo sgretolante grigiore del mondo, annettendo nelle sue corde la fede nell’uomo non disilluso ma animato dalla speranza, non abbattuto, ma, seppure ferito, capace di ricordi, di emozioni che possono vincere l’annichilente logica del mondo abbandonato all’egoismo o al tedio, all’incapacità di guardare all’altro da sé con occhi diversi, all’accidia morale, che, forse, è il più grande male della nostra epoca. Grazie Enrica, perché in ogni tua lirica metti sempre pillole di amore, di dedizione alla parola, carezzevoli note di alloro, tra pianto e sorriso, che s’intrecciano all’intera partitura dell’umano sentire con nitido candore.
(Alceo Lucidi)

Non so se adesso o poi, prima di sera
le voci che fuggono nel tempo
vivace della rosea primavera
o quelle che rimangono sospese
per un sì o per un no, vanno via presto
nel verde che s'accòra dentro il mare
quando il giorno si china all'orizzonte
nel commiato di luci ultime e sole
che prendono la forma di parole.

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"PoesiEnricaLoggi",  I Quaderni di UT, Dicembre 2016

martedì 13 dicembre 2016

"...A una rima di vento", di Enrica Loggi, vince il Premio di Poesia "La Sirena"



Ringrazio vivamente la Giuria e la Casa Editrice " Di Felice Edizioni" organizzatrice del Concorso Letterario "La Sirena" per aver assegnato il primo premio, sezione libro, alla mia raccolta "...A una rima di vento ".


Questa è la motivazione scritta da Valeria Di Felice, presidente del premio:
"Silloge dal notevole valore letterario permeata da una ricerca ontologica che alimenta continuamente la domanda esistenziale attraverso l'avvicendarsi di immagini poetiche mai banali e scontate. Grazie a una versificazione elegante e curata nella scelta linguistica e nella cadenza musicale e grazie a una efficace densità figurativa, l'autrice Enrica Loggi riesce a tradurre il suo universo emotivo e la riflessione profonda sul proprio essere-nel-mondo in esperienza poetica senza cedere nel tranello dell' autoreferenzialità. Molto suggestivo e ricco di richiami evocatori, è l'elemento naturalistico / paesaggistico che, lungi dall'essere mera cornice descrittiva, si accorda a una semantica dell'essere che colpisce il lettore per la sua pregnanza poetica."





venerdì 25 novembre 2016

Tra erbe e parole...



( Recensione di Sabrina Muzi ) 

Il luogo in cui Enrica Loggi ci invita a stare è uno spazio poetico che si riconosce nel momento naturale: è “dove” e “quando” accade e si compie nella sostanza fisica e sensoriale degli elementi.
Non allora solo luogo del ricordo, ma storia presente resa nella percezione di un paesaggio che sembra oscurarsi ed accendersi insieme a chi, discretamente partecipe, osserva e gode del farsi naturale delle cose. Ma non v’è differenza : fra il tratto morente della lucciola e una delicata morte di costei scorre un filo sottile, un’impercettibile diversità fisica e verbale, per il resto tutti vivono la medesima sorte.
Una pari dignità raccorda distanze, scardina differenze, dichiarando allo stesso modo l’alterità del momento e l’unicità del suo farsi ciclico. Un’energia umanizzante pervade ogni cellula vivente creando una familiare complicità tra creature di materia diversa che, colpite dalla stessa variabile luce, si confondono dialogicamente senza mai varcare il sentiero dell’identità. E’ una natura amica quella che abbraccia e consola Enrica, è la consapevolezza di una sensibilità unica che come in una danza cosmica raccoglie il perpetuarsi delle vite e dei destini.
In questo trascorrere spazio-temporale tra luoghi indefiniti e luci stagionali, sottili frequenze sonore e odori tersi, tutto sembra vestirsi di naturalezza e caducità, dei colori terrosi dell’immanenza, così come porsi, quasi a dispetto di ciò, nel piano sospeso della sacralità, dell’inviolabile, nello “zenit difficile” dove “tu sei lo splendore remoto del tuo momento”. Ma a chiamarci e a condurci in questa intensa promenade non è lo sguardo mistico della distanza, bensì l’occhio vigile dell’esperienza.
E il valore dell’andare, la ricchezza della mobilità; quindi la ricerca del farsi della storia naturale dove occorre poggiare il passo, magari a piedi scalzi per sentirsi solleticare o pungere fra i fiori di lillà e deserto, per proseguire nella scoperta sensibile di ciò che accadrà, che presto si renderà visibile, udibile, toccabile a colui che vorrà vedere, udire, sentire. Tutt’altro che prevedibile, questo viaggio contiene la forza di una parola che sembra scorrere di mano, scivolare naturalmente nei significati senza inciampare in sonorità che possono condurre verso interpretazioni più ermetiche per godere invece di una sensualità verbale che strutturalmente, come è giusto che sempre avvenga nella trasposizione linguistica di una coscienza, si specchia con la sensualità contenutistica, con la scioltezza evolutiva del pensiero.
Questo slittamento continuo sembra il lungo respiro dopo l’immersione, il riprendere aria dopo l’apnea, contiene la forza di tutto ciò che è vitale, che dunque occorre in quel momento.
Una ricerca linguistica allora non risiede qui tanto nella parola in sé, quanto in questo respiro che tante ne contiene e che si sostanzia fortemente della visibilità rappresentativa  del discorso.

Sabrina Muzi   ( http://www.sabrinamuzi.it/ )

sabato 5 novembre 2016



Fiore azzurro che aspetti la mia sera...

mercoledì 12 ottobre 2016

Teatri Invisibili. "Frontiere", la nuova meraviglia del Laboratorio Teatrale Re Nudo


Il Teatro dell’Olmo, nell’ambito dei Teatri Invisibili di quest’anno, ancora una volta ci riserva le sue magie. Nello spazio quadrangolare circondato da sipari neri ieri sera abbiamo trovato a vegliare due microfoni e una fisarmonica. Il tempo di aspettare l’ultimo spettatore e lo strumento di Sergio Capoferri avrebbe incontrato una mano sensibilissima, e lo sguardo di Piergiorgio Cinì avrebbe dato il via alla musica  sommandosi alle parole in un’alternanza ricca e delicatissima, mentre il tema “Frontiere” avrebbe incontrato la voce, la classe, la compostezza, l’emozione di Piergiorgio, che aveva fatto suoi i versi e le prose di poeti e scrittori, dividendo tra loro il suo pane che è pane da sempre: l’interpretazione.
Nella voce di Piergiorgio si cala l’indicibile, nelle sue assonanze e dissonanze trova posto la dignitosa commozione, una maestria che è diventata perfetta negli anni, e che riesce a porgerci i temi, le trame con estrema discrezione, senza mai forzare: anzi, via via che la recitazione prende il volo, questa voce che abbiamo imparato ad amare nel tempo si flette, si moltiplica, si conferma, si nega magicamente. Ieri sera portava con sé la memoria delle tragedie umane nel Mediterraneo ma anche un punta di humour tragico, che ha fatto di questa versione il caleidoscopio generosissimo di un impegno umano, della sua forza e insieme del senso d’impotenza dell’Arte a risolvere la vita, e la mestizia che ne scaturisce. Intanto le parole correvano sul filo della musica e sul filo del nostro sogno cosciente, nell’ombra di un  continuo  smarrito stupore davanti al mistero della sofferenza e alla fiducia in una speranza che, verso la conclusione, spunta come un fiore di campo dall’anima desta della scrittura. Il tutto veicolato dalle note a volte esili, a volte travolgenti, sempre struggenti di uno splendido Sergio Capoferri. Musica e parole vegliano lo spazio dell’Olmo come un arrivederci, come la promessa di sciogliersi per noi in un altro volo.

Enrica Loggi

martedì 4 ottobre 2016

Note su "Rewriting", la nuova mostra di Fabrizio Mariani



L’opera di Fabrizio Mariani si muove nello spazio di una vivace, poliedrica citazione culturale, sempre più raffinata. I temi che essa svolge vivono una ripetuta messa in scena dei voli di una forte fantasia tenuta desta da una serie di immagini che si distribuiscono sulle tele cavalcando egregiamente il detto e il non detto, il dicibile e l’indicibile. Sono figure, orme della vita che si va sminuzzando per trascrivere i reperti di esperienze distribuite con ironia ed amore, finezza ed invenzione. I colori e i temi ri-scrivono un percorso che si va svolgendo davanti agli occhi come una nuovissima natura-morta, stilizzata nelle forme che vanno dall’astratto alla figurazione volutamente dissimulata.
Brillano i colori tenui o forti in un racconto segreto e insieme rivelato, purchè lo sguardo incontri la dinamica fertile dell’artista e si lasci trasportare, quadro dopo quadro, fino all’installazione, per le vie gentili ed unanimi di un respiro poetico. Una sottile discrezione fa sì che i significati si lascino indovinare, ci lascino ricalcare i passi di un gioco narrativo che dona il suo respiro ininterrotto, che si scrive e si ri-iscrive in noi, in un ripetuto incontro col suo finissimo humour, che altro non chiede che di farci luce, di appartenerci.

Enrica Loggi